Analisi e storia dell’economia italiana. Bilancia commerciale, inflazione media annua, PIL comparato tra i Paesi del G6, cambio dollaro USA e Marco tedesco contro la Lira: l’Italia è nella top 6 delle economie mondiali.

In questo modestissimo studio voglio mettere in evidenza uno spaccato inconsueto della recente storia economico-sociale dell’Italia.

Anno per anno si analizza lo storico del commercio con l’estero, l’inflazione media annua, il PIL comparato del G6 (tutti in miliardi di dollari), la crescita comparata G6, il cambio dollaro USA (USD) contro Lira e il cambio Marco (DEM) contro Lira (entrambe le quotazioni al 31.12 di ogni singolo anno) e diverse altre cose dell’Italia nel periodo 1970-2012.

Viene alla luce quell’Italia che nonostante tutto e tutti arrivò a sfiorare per poche decine di miliardi di USD il quarto posto assoluto, una posizione troppo scomoda per i nostri abituali partner commerciali che da sempre ci avevano additato come scansafatiche “maccaronì” o come “pizza&mandulino” e che mai avrebbero potuto tollerare tale smacco.

Periodo A: dal 1970 al 1977

Anno Export Import Tot Inflazione PIL $ vs £ DM vs £
1970 17 17 0 4,97% 109 623 171
1971 20 19 1 4,79% 120 594 182
1972 24 23 1 5,74% 140 582 182
1973* 28 32 -4 10,78% 169 608 225
1974* 37 45 -8 19,04% 192 649 269
1975 43 43 0 17,24% 219 683 261
1976 45 48 -3 16,53% 217 875 370
1977 55 53 2 17,25% 248 871 414

(* si noti il peso sul valore delle importazioni dovuto all’aumento del greggio)

- 1973: crisi mediorientale e guerra del Kippur, il petrolio triplica il suo prezzo, introduzione IVA in tutta Europa: tra cui, Italia al 12% e Germania all’11%
- 1975: introduzione della indicizzazione dei salari all’inflazione, meglio conosciuta come Scala Mobile. Essa servì a difendere i ceti più deboli: faceva recuperare mese per mese l’inflazione direttamente in busta paga.

Dal 31/12/1970 al 31/12/1977 l’Italia cresce del +127% ca. di PIL, con una media del +15,875% annuo.

Come si denota dal saldo della bilancia commerciale (negativa di -11 miliardi nell’intero periodo, soprattutto a causa dell’impennata del petrolio) la crescita di export e import è molto simile a quella del PIL.

La lira si svaluta del 40% contro dollaro e del 142% contro marco tedesco.
In tutto il periodo l’inflazione italiana fu pari al 12%, quella degli USA è del 6,5%, la francese del 8,57%, l’inglese del 13,10%, la giapponese del 9,77%, mentre quella tedesca solo del 5,26%, ovvero meno della metà dell’Italia.

Come si può ben notare dai raffronti con gli altri Paesi del G6 l’alta inflazione è riconducibile interamente al rincaro petrolifero; cosa ancor più evidente se si prendono in esame gli anni dal 1973 in poi.

Nello stesso periodo gli altri Paesi del G6 crescono così: la Francia cresce del 177%; la Germania del 178%; la Gran Bretagna del 106%; il Giappone del 240%; gli USA del 93,8%.

Periodo B: dal 1978 al 1980

Anno Export Import Tot Inflazione PIL $ vs £ DM vs £
1978 69 62 7 12,11% 304 831 455
1979 88 84 4 14,74% 379 806 466
1980 97 109 -12 21,06% 460 930 475

- 1978: Ingresso dell’Italia nello SME ordinario: -6.5% +6.5% di svalutaz/rivalutaz. massima
- 1979: seconda crisi mediorientale – rivoluzione Komeinista in Iran
- 1980: conflitto Iran-Iraq: il petrolio quadruplica il suo prezzo

In questi 4 anni che vedono la nascita del Sistema Monetario Europeo – SME – (che impone una rivalutazione del +6,5% o svalutazione del -6,5% come massimi) il PIL italiano passa da 248 a 460 miliardi di dollari (+85,5%), mettendo a segno una crescita annua pari al +21,375%.

La lira si svaluta del 6,8% contro dollaro e del 14,8% contro marco tedesco.

La bilancia commerciale è quasi in parità; il rincaro del prezzo del greggio si mangia tutta la crescita dei due anni precedenti e ci manda in disavanzo di un miliardo.

In tutto il periodo l’inflazione italiana fu pari al 15,97%, quella degli USA è del 10,8%, la francese del 11,15%, l’inglese del 13,23%, la giapponese si attesta ad un modestissimo 5,24%, mentre quella tedesca è ancora una volta la più bassa in assoluto, al 4,07%, ovvero quasi ¼ di quella italiana.

Ad esclusione di Germania e Giappone gli altri Paesi del G6 hanno tutti inflazione superiore al 10% (2.5 volte quella tedesca) e come nel corso dell’altra crisi mediorientale, essa è riconducibile anche questa volta al rincaro petrolifero.

Nello stesso periodo gli altri del G6 crescono così: la Francia del 70,4%; la Germania del 58,5%; la Gran Bretagna del 111%; il Giappone del 54%; gli USA del 37,4%.

La classifica PIL top 6 nel 1980 è la seguente:
- USA (2863 mld)
- Giappone (1087 mdl)
- Germania (920 mld)
- Francia (690 mld)
- Gran Bretagna (542 mld)
- Italia (460 mld).

Periodo C: dal 1981 al 1986

Anno Export Import Tot Inflazione PIL $ vs £ DM vs £
1981* 94 102 -8 17,99% 415 1202 533
1982* 91 96 -5 16,48% 412 1370 577
1983 90 88 2 14,71% 427 1655 607
1984 92 94 -2 10,83% 422 1935 615
1985 96 98 -2 9,21% 436 1680 683
1986 120 112 8 5,85% 617 1352 697

* si noti il peso sul valore delle importazioni dovuto all’aumento del greggio

- marzo 1981: divorzio del ministero del tesoro con la banca d’Italia)

In questi anni passati si sono celebrati diversi divorzi tra i vari ministeri del tesoro e le loro rispettive Banche Centrali: all’Italia tocca nel febbraio-marzo del 1981. Il PIL italiano passa da 460 a 617 miliardi di dollari (+34%) con 2 cadute di PIL consecutive nel 1981 e 1982, la crescita annua è pari al +4,86%.

La lira si svaluta del -45.4% contro dollaro e del -46,7% contro marco tedesco.

Il saldo della bilancia commerciale di periodo resta ancora ampiamente negativo sempre a causa del prezzo del greggio.

In tutto il periodo l’inflazione italiana fu pari al 12,51%, cominciando prepotentemente a scendere dal 1984 in poi, guarda caso da quando il petrolio comincia a calare vertiginosamente, toccando il suo apice più basso nel 1986, dove ritorna pressappoco alle stesse quotazione del 1972.

L’inflazione degli altri del G6 è la seguente: USA 4,91%, Francia 8,48%, Gran Bretagna 6,60%, la tedesca si attesta ad un modestissimo 3,20%, mentre quella giapponese è la più bassa in assoluto, al 2,41%.

Le riforme ultraliberiste operate dalla Thatcher in UK e da Reagan in USA misero un grosso freno all’inflazione di entrambi i Paesi: a partire dal 1983 si quasi dimezzò rispetto all’anno precedente e divenne addirittura di 1/3 rispetto al 1981.

La Germania continuò la sua politica di deflazione interna, imitata pienamente dal Giappone (in questo caso l’allievo che supera il maestro).

Nello stesso periodo gli altri del G6 crescono così: la Francia del 10%; la Germania del 10,1%; la Gran Bretagna del 5,1%; il Giappone del 88,7%; gli USA del 60,3%.

La classifica PIL top 6 nel 1986 è la seguente:
- USA (4590mld);
- Giappone (2051 mdl);
- Germania (1013mld);
- Francia (759 mld);
- Italia (617 mld);
- Gran Bretagna (570mld).

L’Italia nel 1986 è al quinto posto assoluto.

Tra il 1987 e il 1999 si compie il declino della crescita economica in Italia; il crollo del PIL e del valore della Lira contro marco tedesco e dollaro USA, fino ad arrivare alle privatizzazioni.
In questi tragici anni la crescita italiana perderà il 21% verso la Francia, il 29,3% contro la Germania, l’11,1% contro la Gran Bretagna, il 27,7% contro il Giappone e il 25,8% contro gli Stati Uniti.

Periodo D: dal 1987 al 1991

Anno Export Import Tot Inflazione PIL $ vs £ DM vs £
1987 146 142 4 4,74% 776 1170 740
1988 157 157 0 5,06% 859 1312 737
1989 173 173 0 6,26% 895 1274 750
1990 218 216 2 6,45% 1138 1135 755
1991 214 213 1 6,25% 1201 1147 758

- 1987: Ingresso dell’Italia nello SME credibile [-2.5% +2.5% di svalutaz/rivalutaz. massima]

Il PIL italiano passa da 617 a 1201 miliardi di dollari (+94,6%), la crescita annua è pari al +15.76%.

Il saldo della bilancia commerciale di periodo, una volta che il prezzo del greggio si è stabilizzato, torna in attivo di 7 miliardi.

La lira si rivaluta del +15,2% contro dollaro e si svaluta del -8,6% contro marco tedesco.

In tutto il periodo l’inflazione italiana fu pari al 28,76%, quella degli USA è del 22,12%, la francese del 15,94%, l’inglese del 27,87%, la giapponese del 9,41%, mentre quella tedesca del 11,04%.
Ancora una volta il distacco del duo deflazionistico Germania-Giappone e resto del G6 è abnorme.

Nello stesso periodo gli altri del G6 crescono così: la Francia del 64%; la Germania del 78,6%; la Gran Bretagna del 87%; il Giappone del 72,5%; gli USA del 34,5%.

La classifica PIL top G6 nel 1991 è la seguente:
- USA (6174 mld);
- Giappone (3537 mld);
- Germania (1809 mld);
- Francia (1245 mld);
- Italia (1201 mld);
- Gran Bretagna (1066 mld).

Al 31/12/1991 l’Italia rafforza il quinto posto ed è ad un passo dal quarto detenuto dalla Francia di soli 44 miliardi di dollari USA.

Periodo E: dal 1992 al 1996

Anno Export Import Tot Inflazione PIL $ vs £ DM vs £
1992 232 233 -1 5,28% 1272 1472 913
1993 218 186 32 4,63% 1026 1714 987
1994 241 205 36 4,05% 1059 1620 1048
1995 291 248 43 5,23% 1132 1546 1108
1996 313 253 60 4,02% 1266 1516 984

- 1992: Processo “mani pulite”, l’Italia abbandona lo SME credibile nel giugno-luglio.
- luglio 1992: uscita dallo SME e svalutazione lira
- 1993: Inizio delle privatizzazioni
- 1996: Road show euro con rivalutazione forzata lira.

Dal 31-12-91 al 31-12-95, in soli quattro anni, la Lira si svaluterà del -29,8% contro il marco tedesco; si arrivò a questa decisione non più rimandabile dopo una difesa scellerata ed oltranzista di una parità forzosa e in sostenibile per la nostra lira, dove vennero bruciati 91.000 miliardi di Lire per poi essere costretta a rivalutare nel corso dei mesi successivi per l’adesione definitiva all’euro del +11.5% sempre contro il marco tedesco.

Il PIL italiano passa da 1201 a 1266 miliardi di dollari (+5,4%), la crescita annua è pari al +0,9%.

Il saldo della bilancia commerciale in questi anni migliora drasticamente, grazie alla salutare svalutazione che andava a recuperare tutta l’inflazione accumulata rispetto alla Germania nel periodo dello SME credibile (1987-1992) pari ad un +19% ca.

La lira si svaluta del -32,2% contro dollaro e del -29,8% contro marco tedesco.

In tutto il periodo l’inflazione italiana fu pari al 23,21%, quella degli USA del 14,33%, la francese del 9.95%, l’inglese del 13,93%, la giapponese del 3,68%, mentre quella tedesca è del 15.40%.

Il Giappone si riconferma il massimo deflazionista ma vi suonerà parecchio strana un’inflazione così alta della Germania se comparata agli altri periodi presi in esame; ma forse dimenticate la riunificazione del 1990.

Per attrarre capitali esteri la Germania alzò di diversi punti percentuali i tassi d’interesse costringendo tutti gli altri Paesi dello SME a fare altrettanto (mettendo in difficoltà soprattutto l’Italia che già li aveva alti) e ai quasi 20 milioni di tedeschi dell’est a cui erano stati convertiti per decreto-legge i Marchi DDR in marchi “pesanti” (circa 3 volte di più il valore del DM) non videro l’ora di spendere quasi tutto nei “ricercati prodotti occidentali”.

In breve tempo, nell’arco di pochi mesi, l’inflazione prese a salire (nel triennio 91-93 quella tedesca salì complessivamente del +13.6%, mentre la media dei suoi partner d’eccellenza -Olanda, Austria e Belgio- solo del 9,4%), mentre l’industria della ex-DDR fu completamente distrutta e di converso l’industria tedesco-occidentale gongolava.

Pensate, il saldo di bilancia commerciale tedesca dal 1970 al 1992 compreso, era sempre stato passivo, accumulando la cifra record di -285 miliardi di dollari: ben 23 anni continui di importazioni maggiori delle esportazioni.

Il 1992 fu l’ultimo anno che ciò accadde (-8 mld): grazie alla enorme pressione che esercitò la nuovo massa di lavoratori ex-DDR a basso costo – ma con buona formazione lavorativa – messi in competizione con i ricchi compensi a cui erano abituati gli operai dell’ovest (curva di Phillips docet) si operarono tagli salariali, accompagnati dal non adeguamento degli stessi all’alta (per loro altissima) inflazione.

In pratica, con questa azione di compressione salariale, dal 1992 sino al 1996 inanellarono questo bel filotto:

-8+3+7+15+23= +40 miliardi di USD in surplus commerciale.

Dalla globalizzazione avviata nel 1979/80 e dal conseguente disfacimento della ex URSS in poi, grazie alle leggi della UE, sempre più improntate al buonismo e al “volemose bene”, la grande industria multinazionale ha ingannato tutti, riuscendo a mettere in competizione 2 mondi lavorativi completamente diversi e distruggendo al contempo tutte le economie più deboli che non hanno retto il trauma. Il tutto in pochissimi anni.

Nello stesso periodo gli altri del G6 crescono così: la Francia del 26,4%; la Germania del 34,7%; la Gran Bretagna del 16,5%; il Giappone del 33,1%; gli USA del 31,2%.

La classifica PIL top G6 nel 1996 è la seguente:
- USA 8100;
- Giappone 4706;
- Germania 2437;
- Francia 1573;
- Italia 1266;
- UK 1242.

L’Italia, dal 1991 al 1996 è il fanalino di coda nella crescita: il 1993 fa segnare quasi un -20% di PIL che verrà recuperato per intero solo 11 anni più tardi.

In questi tragici 6 anni la crescita italiana perderà il 21% verso la Francia, il 29,3% contro la Germania, l’11,1% contro la Gran Bretagna, il 27,7% contro il Giappone e il 25,8% contro gli Stati Uniti.

Una cosa mai accaduta prima.

I soliti detrattori penseranno: “Ecco, è evidente! Grazie alla svalutazione l’Italia è arretrata pesantemente”.

Voglio ricordare che nel 1992, mentre in Germania accadeva ciò che ho appena descritto, l’Italia perse quasi completamente la classe politica del trentennio precedente che venne rimpiazzata nei posti strategici soprattutto da gente proveniente da noti istituzioni bancarie che seguirono – facendo addirittura meglio – alla lettera l’esempio thatcheriano.
La Gran Bretagna, guarda caso, proprio con le “riforme” che seguirono l’avvento del liberismo perse nel Periodo “C” (1981/1986) il 29% contro l’Italia, il 4,9% contro la Francia e il 5% contro la Germania.

La UK passò da un PIL di $542 mld del 1980 a $570 mld del 1986, perdendo il 6° posto proprio a discapito dell’Italia).

Quelle “riforme strutturali” dell’epoca portarono l’Italia a perdere posizioni che mai più avrebbe riguadagnato.

Qui tutte le “svendite di Stato”, le privatizzazioni con relativo valore al momento della cessione in miliardi di Lire dell’epoca:

1993 italgel, cirio-bertolli-de rica, SIV 2753
1994 comit, IMI, INA, sme, nuovo pignone, acciai speciali terni 12704
1995 ENI, italtel, ILVA laminati piani, enichem augusta 13462
1996 dalmine italimpianti, nuova tirrenia, mac, monte fibre 18000
1997 TELECOM ITALIA, BANCAROMA, seat, aeroporti di Roma 40000
1998 BNL + altre tranche 25000
1999 ENEL, AUTOSTRADE, medio credito centrale 47100
2000 dismissione IRI 19000

Il 1997, come vediamo, segna l’inizio dei veri e propri “saldi di Stato”.

La scusa fu quella di reperire capitali per il road-show dell’Euro. Il governo dell’epoca (Prodi dal 17/05/1996 al 20/10/98) iniziò a spingere sulle privatizzazioni e sulle cartolarizzazioni, ovvero la svendita sistematica del patrimonio di tutti gli italiani).

Lo stesso Prodi non fece in tempo poiché il governo cadde, e con una mossa a sorpresa, senza il ritorno alle urne, si fece in tutta fretta una nuova maggioranza con il presidente del consiglio l’ex “comunista” Massimo D’Alema, che proseguì la barbarie fin quando gli fu permesso (aprile del 2000) e conseguentemente proseguito dal governo “tecnico” Amato, quest’ultimo finito con la chiamata alle urne nel maggio del 2001.

Questa stagione si concluse con la più colossale svendita di un patrimonio pubblico: si incassarono 178.019 miliardi di lire pari a 91 miliardi di euro da parte di uno stato sovrano in tutta Europa, facemmo addirittura meglio della liberal-Inghilterra della Thatcher.

91 miliardi di euro per regalare l’immensa ricchezza di ogni italiano, cancellando negli anni a venire milioni di posti di lavoro che fecero perdere quella crescita, de-moltiplicandola ogni anno come mai accadde prima di allora.

E come ben sappiamo le privatizzazioni non sono mai cessate, anzi vanno avanti a piè sospinto.
Oggi la scusa è cambiata: il denaro realizzato sarà usato per abbattere il “debito pubblico”. L’esempio più pratico di come far passare il fatidico cammello attraverso la cruna dell’ago.
Adesso in molti si domanderanno a cosa sono realmente servite le privatizzazioni e, visto che alla fine sono state un fallimento, perché insistere.

Domanda più che pertinente direi.
Le privatizzazioni sono sempre state acquisizioni da parte di altri grossi e privati gruppi industriali multinazionali, ovvero amici che vendono il bene pubblico ad amici di amici.

Svendere il patrimonio industriale pubblico significa anche abbassare l’occupazione reale nell’arco di qualche anno: non ho mai sentito aziende “ristrutturate” che abbiano assunto più dipendenti della vecchia gestione.

Eliminare posti di lavoro pubblici, sicuri, ben retribuiti e quasi intoccabili serviva a creare l’instabilità lavorativa necessaria a farti accettare qualsiasi schifo di lavoro, anche se malsano, incerto e sottopagato.

Non meno di 3 milioni di posti di lavoro di quel tipo sono stati persi dal 1993 ad oggi, sostituiti da co.co.co, co.co.pro, cooperative fasulle, contratti a termine ecc.

Un mercato del lavoro con poca disoccupazione e ovviamente ben retribuito (ri-vedi curva di Phillips) mai avrebbe permesso le nefandezze a cui stiamo assistendo. L’immigrazione favorita e voluta dalla UE, accompagnata dal solito finto e perfido buonismo, serve sempre alla stessa finalità: alzare la disoccupazione marginale per far accettare ai lavoratori salari e diritti calanti.

L’Italia era un Paese-modello, nonostante la corruzione, la mafia e l’indolenza tipica dei mediterranei. E questo “non era cosa buona”: chissà mai che anche i morigerati tedeschi l’avessero capito cosa sarebbe accaduto?
Eravamo un esempio “sbagliato” da far fallire.

Sapete perché in Francia non sarà possibile applicare le “riforme strutturali”? Lo Stato francese dà lavoro al 50% dei suoi concittadini, mentre il 52% del PIL nazionale proviene direttamente dallo Stato stesso.
Applicare il job-act ai dipendenti statali non è così semplice, anche perché si perderebbe il 50% degli elettori (e il nostro primo ministro lo sa benissimo). Quando si arriverà a chiedere ciò alla Francia ci sarà il punto di rottura.

Chiedetevi il perché nazioni come la Norvegia, improntate ad un forte statalismo (direi all’italiana anni ’70) siano rimaste ben lontane dalla UE: l’Unione Europea è la quintessenza del “libero mercato”, una grossa costola del modello statunitense e come tale non ammette intromissioni dallo Stato.
Qualcuno la chiama “dittatura finanziaria”.

Periodo F: dal 1997 al 1999

Anno Export Import Tot Inflazione PIL $ vs £ DM vs £
1997 302 255 47 2,04% 1199 1760 983
1998 308 269 39 1,96% 1225 1662 989
1999 293 270 23 1.66% 1208 1927 990

- nel 1999 il cambio verso extra UE viene denominato in euro.

Il PIL italiano ha ancora due brutte cadute e passa dai 1266 miliardi del ’96 ai 1199 miliardi del ’97, poi recupera sino ai 1225 nel ’98 e scende ancora ai 1208 miliardi di dollari nel ’99: l’intero periodo segna una decrescita complessiva del -4,6%.

Il saldo della bilancia commerciale resta (per fortuna) ancora molto forte, facendo segnare +109 miliardi nel triennio.

Come abbiamo visto le svendite di Stato hanno la loro maggiore accelerazione proprio a partire dal 1997 ma nonostante ciò manteniamo “botta” con gli altri del G6: in questo triennio crescono solo le economie USA e UK, oramai votate quasi esclusivamente sul finanziario.

Questo è il periodo delle crisi asiatiche e del quasi default russo che investono in pieno le altre economie tradizionali che cominciano a risentire pesantemente della crescita del gigante cinese che proprio in quegli anni comincia a prosperare vertiginosamente: dal 1994 comincia ad inanellare surplus di bilancia commerciale ininterrotti sino a tutt’oggi e con ritmi di crescita a doppia cifre che le economie mature non vedono più da almeno un decennio.

Nello stesso periodo gli altri del G6 crescono così: la Francia del -7.44%; la Germania del -12,56%; la Gran Bretagna del 22.25%; il Giappone del -7,93%; gli USA del 19,34%.

In tutto il periodo l’inflazione italiana è pari al 5,66%, quella degli USA è del 6,08%, la francese del 2,37%, l’inglese del 4,71%, la giapponese del 2,76%, mentre quella tedesca è del 3,44%.

Ancora una volta l’inflazione italiana è notevolmente più alta di quella tedesca e ancor di più di quella francese: questi squilibri non più riaggiustabili con una politica monetaria mirata peseranno come macigni sulla crescita futura.

La classifica PIL top G6 nel 1999 è la seguente:
- USA 9666 mld;
- Giappone 4433 mld;
- Germania 2131 mld;
- UK 1518 mld;
- Francia 1456 mld;
- Italia 1208 mld.

Questa è l’ultima classifica del G6 dove appare l’Italia: dal 2001 in poi altri saranno i protagonisti e al nostro amato Paese toccherà un ruolo di marginalità politico-economica sempre maggiore.

Per scaricare l’inflazione e recuperare la competitività sui mercati non si può più utilizzare la leva monetaria e si deve operare sulla deflazione interna, mentre allo stesso tempo realtà emergenti come la Corea del sud che da tempo ha preso a modello, guarda caso, proprio l’Italia degli anni ’70, lo fa senza problemi, superando la tempesta del 1997 (-32% di PIL nel 1998) e riprendendo una stabile e robusta crescita già dal 1999.
Ma questa è un’altra storia.

Negli ultimi anni, l’Italia ha vissuto un particolare parte della storia economico-sociale: l’arrivo dell’euro, gli effetti sull’economia, la gigantesca bolla immobiliare nell’eurozona alimentata da tassi di interesse bassissimi e ancora una volta l’inflazione italiana è ben superiore ai partner dell’EZ.

Dal 2004 in poi il saldo della bilancia commerciale in Italia sarà sempre negativo e la nuova politica dell’indebitamento offerto anche a chi non ha reddito avrà le sue conseguenze: nei PIIGS tutti i prezzi raddoppiano o quasi.

In quest’ultimo periodo preso in esame è evidentissimo il tonfo italiano: il PIL arretra pesantemente (-12,7%) e, contrariamente agli altri di UE presi in considerazione, continuerà a farlo sia nel 1013 (-1,9%) che nel 2014 (-0,5%).

Periodo G: dal 2000 al 2008

Anno Export Import Tot Inflaz PIL EUR/USD*
1999 1,0046
2000 296 285 11 2,54% 1104 0,9305
2001 302 286 16 2,79% 1124 0,8813

(1/1/2002: l’euro sostituisce la lira)

Anno Export Import Tot Inflaz PIL EUR/USD*
2002 312 301 11 2,46% 1225 1,0487
2003 370 362 8 2,67% 1514 1,2630
2004 437 425 12 2,21% 1736 1,3621
2005 462 463 -1 1,98% 1786 1,1797
2006 517 533 -16 2,09% 1873 1,3170
2007 614 619 -5 1,83% 2127 1,4721
2008 657 676 -19 3,35% 2307 1,3917

*le quotazioni si intendono riferite al 31/12 di ogni anno.

Il PIL italiano passa da 1104 a 2307 miliardi di dollari (+109%).
Questi 10 anni segnano una delle massime crescite del PIL in assoluto, ma, contrariamente agli altri periodi, la crescita è pesantemente drogata dal credito facile e dall’indebitamento perenne come nuovo stile di vita.

Centinaia di miliardi arrivano dalle zone Euro a bassa inflazione – con conseguenti tassi d’interesse notevolmente più bassi – e si riversano in quelle con più alta inflazione – e di conseguenza con tassi d’interesse più alti – garantiti dal cambio fisso: un euro di Berlino infatti è identico a quello di Madrid, di Roma, di Lisbona o di Atene).

Il settore preferito è quello immobiliare tanto caro ai PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna: tassi d’interesse di banche olandesi, tedesche ecc. sempre più bassi invogliano le famiglie ad acquistare immobili, agevolati da leggi che espandono la possibilità di contrarre mutuo con durata anche sino a 40 anni e ben oltre la soglia del 100% del valore dell’immobile stesso.

In 10 anni i prezzi medi per m2 triplicano in tutta la periferia dell’eurozona, andando a creare una gigantesca bolla immobiliare che ancora oggi è ben lungi dall’essere risolta.

La nuova politica dell’indebitamento offerto anche a chi non ha reddito dà i suoi frutti avvelenati. Il libero mercato gongola, mentre nei PIIGS tutti i prezzi raddoppiano o quasi. L’abbaglio dell’euro coinvolge tutti: sembra davvero che sia l’offerta a creare la domanda.

I saldi della bilancia commerciale restano positivi sino al 2004: da allora in poi saranno sempre con segno negativo. Il saldo dell’intero periodo risulterà comunque positivo di +17 miliardi di dollari ma la strada è tracciata: la Germania ha preso il sopravvento assoluto.
Sono così lontani i tempi in cui il manifatturiero italiano era sulla strada buona per arrivare al primo posto continentale.

La bolla dei “subprime”, causata proprio dalla facilità di assumere debito che ha creato negli USA una gigantesca bolla immobiliare, è esplosa dal 2007 e non tarderà a far sentire i suoi nefasti effetti sull’economia globale.

Nello stesso periodo gli altri Paesi del G6 crescono così:
- la Francia del 94,5%;
- la Germania del 70,1%;
- la Gran Bretagna del 77,1%
- il Giappone del 9,4%
- gli USA del 52,4%.

In tutto il periodo l’inflazione media italiana è pari al 21,92%, quella degli USA è del 26,08%, la francese del 17,21%, l’inglese del 16,30%, la deflazione giapponese del -3,58%, mentre quella tedesca è del 15,60%.

Ancora una volta l’inflazione italiana è ben superiore ai partner dell’EZ: del +4% rispetto alla Francia e del +6,3% rispetto alla Germania.

Il Giappone in questi anni ha 6 cadute in deflazione su 9 rilevazioni: questo è l’inizio del famoso “decennio perduto”, fatto di ben 5 cadute anche consistenti di PIL (2001, 2002, 2005, 2006 e 2007) dove sconta l’aggressività cinese che fa della svalutazione monetaria la sua principale arma vincente in un’area che vede il proliferare di Paesi emergenti che crescono vertiginosamente: essi pagheranno più di ogni altro la crisi delle “tigri asiatiche” cominciata nel 1997.

La classifica PIL top G6 nel 2008 è la seguente:
- USA 14720;
- Giappone 4849;
- Cina 4547;
- Germania 3624;
- Francia 2832;
- UK 2688;

L’Italia, sorpassata dalla Cina dal lontano 2001, chiude il 2008 a $2307 miliardi e per quest’anno rientra ancora nel nuovo G7.

Periodo I: dal 2009 al 2012

Anno Export Import Tot Inflaz PIL EUR/USD*
2009 501 513 -12 0,78% 2111 1,4406
2010 546 586 -40 1,52% 2055 1,3362
2011 633 664 -31 2,78% 2197 1,2939
2012 608 586 22 3,04% 2013 1,3194

Il PIL italiano passa da a 2307 a 2013 miliardi di dollari (-12,7%)
I saldi della bilancia commerciale sono ampiamente negativi sino al governo Monti (novembre 2011) che, uccidendo la domanda interna, fa crollare le importazioni e la bilancia commerciale nel 2012 torna positiva.
Il saldo di periodo è pari a -61 mld di USD: il peggiore mai accumulato.

Nello stesso periodo gli altri del G6 crescono così:
- la Francia del -7,8%;
- la Germania del -5,46%;
- la Gran Bretagna del -8,05%;
- il Giappone del +22,9%;
- gli USA del +10,36%.

In tutto il periodo l’inflazione italiana è pari al +8,12%, quella degli USA è del +6,53%, la francese del +5,70%, l’inglese del +12,77%, il Giappone continua ad essere negativa del -2,37%, mentre quella tedesca è del 5,50%.

La classifica PIL top G7 nel 2012 ha un altro sconvolgimento: il Brasile sale al settimo posto, e lo fa ai danni dell’Italia.
- USA 14720;
- Cina 8365;
- Giappone 5960;
- Germania 3426;
- Francia 2611;
- UK 2472;
- Brasile 2254;
di seguito in 8° posizione sale la Russia con $2030, l’Italia 9° posto a $2013, l’India 10° con $1875, il Canada 11° a $1821 e l’Australia 12° con $1564 mld.

Tutti questi Paesi ci hanno superato nel corso dell’ultimo biennio appena finito.

In quest’ultimo periodo preso in esame è evidentissimo il tonfo italiano: il PIL arretra pesantemente (-12,7%) e, contrariamente agli altri di UE presi in considerazione, continuerà a farlo sia nel 1013 (-1,9%) che nel 2014 (-0,5%).

Forse il 2015 sarà archiviato con una modestissima crescita (tra +0,5/1%) ma è tutto da verificare: i segnali continuano ad essere ampiamente negativi e non mi meraviglierei assolutamente di altri inaspettati tonfi.

La Francia (e anche la Spagna) ha arrestato l’emorragia solo grazie ad un circa +6% di deficit nel biennio 2013-14, concesso con magnanimità ai transalpini (ma non a noi) dall’UE a guida tedesca per tener calmi gli animi e soprattutto per tener in vita l’euro e la Ue.

L’inflazione accumulata anche in questo periodo su Francia e Germania è pari rispettivamente del +2,42% e del +2,62%. Lascio fare i conti a voi di quanta ne abbiamo accumulata dal 1995 in poi che in nessun modo è stato possibile trasferire sul cambio e che si dovrà per forza di cose scaricare sul mercato del lavoro. E così sarà.

Chiaramente per trattare un argomento così vasto ci sarebbero state molte altre cose, troppe altre cose da aggiungere, ma poi sarebbe venuto fuori un libro.
Ma non è detto che non lo farò.

Scritto da Roberto Nardella

https://www.forexinfo.it/+-Storia-economica-rivista-d-Italia-+

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